Agriturismo da Teo in Valtellina

Cino

“Estratto dal sito: I paesi di Valtellina, che ringraziamo per le dettagliate notizie utili a tutti gli utenti”

Il territorio di Cino, che si estende per 5,15 kmq, è delimitato, a sud, da quello di Mantello (il confine corre, da est ad ovest, lungo la fascia dei 400 metri, o poco sotto), mentre a monte del paese si allarga, verso est e verso ovest, salendo fino al crinale che separa i Cech dalla Valle dei Ratti, e comprendendo i maggenghi dei Prati dell’O, ad ovest (m. 1226) e di Nestrelli, ad est (m. 1178). Più in alto, sul lato occidentale, troviamo lo splendido e panoramicissimo alpeggio della Bassetta (m. 1635), che culmina nell’omonima elevazione (monte Bassetta, m. 1746). Procedendo verso est, incontriamo il passo del Culmine (m. 1818), importantissima porta di transito dai Cech alla Val Codogno, in Valle dei Ratti, e la cima della Brusada (monte Brüsada, m. 2143, punto di massima elevazione del territorio comunale), che guarda, a sud-est, all’alpe omonima, già, però, in territorio di Cercino. Dalla cima della Brusada il confine scende, quasi diritto, verso sud, passando ad est dei prati Nestrelli e poco ad ovest della frazione di Siro (comune di Cercino), prima di prendere, come già detto, intorno ai 400 metri, un andamento est-ovest. Dal versante montuoso scendono al paese tre valloni principali: da ovest, la valle dei Mulini, denominata così perché le sue acque erano sfruttate per macinare grano e frumento, la val Maronara e la val Chignolo.
Cino, nella stagione estiva, presenta ancora oggi una certa animazione, che si spegne, di molto, nella malinconia delle luci più tenui e delicate delle rimanenti stagioni. Non così in passato. Immaginiamo un salto all’indietro di circa mezzo secolo.
Immaginiamo una sera di primavera inoltrata, di quel maggio che diffonde, intenso, il profumo dell’erba nelle campagne e fra le case. Immaginiamo, dopo i rintocchi dell’Ave Maria, le famiglie raccogliersi, e le ragazze cenare con i genitori, e restare in casa, dopo cena, per quelle quiete cose che scandiscono lo scampolo della giornata, dalla serata al sonno. Immaginiamo di percorrere le vie del paese, che si animano di baldi giovanotti che strisciano, quasi, furtivi, di casa in casa. Le porte non sono chiuse, solo accostate. Scelgono la loro casa, ne socchiudono, solo per un breve spiraglio, l’uscio, restando fuori, nascosti. Camuffano la voce con le palme delle mani congiunte ed appoggiate alle labbra, lanciano, verso l’interno della casa, dove sta la ragazza che le deve raccogliere, brevi frasi, apprezzamenti, avvertimenti, pettegolezzi taglienti. Ride, la ragazza, o si inquieta, ma non si muovere, né si muove alcun altro componente della famiglia: questo vuole, infatti, l’antichissimo rito ludico del “talamonare”, a cui nessuna ragazza sfugge, fin quando non “si parla” con un giovanotto, che comincia a venire in casa, a frequentarla ufficialmente.
Ecco, questo talamonare, come tante altre gustose cose del passato, si è perso. Rimane, a Cino, il sottile incanto di un paese sospeso in un tempo che, come l’uscio delle case, è solo socchiuso agli spiragli del futuro. Per raggiungere il paese, dobbiamo portarci a Mantello, sulla strada provinciale pedemontana orobica che congiunge Dubino a Morbegno (lo possiamo fare, se proveniamo da Milano, staccandoci dalla ss. 38 dello Stelvio, subito dopo l’uscita dalla tangenziale, a Rògolo, sulla sinistra, verso nord, imboccando la strada che porta al nuovo ponte sull’Adda a Mantello, oppure, più avanti, e sempre sulla sinistra, poco dopo la stazione ferroviaria di Cosio Valtellino, imboccando la strada che porta a Traona, dove si prende a sinistra, raggiungendo Mantello).

Da Mantello parte la strada che sale, con ampi tornanti e qualche strettoia, a Cino (504 m., a 3,5 km da Mantello). Ci accoglie l’orgoglioso profilo della chiesa di S. Giorgio, che si staglia contro il cielo di ponente. Dal sagrato antistante all’ingresso, volto a levante, possiamo ammirare il dipinto che celebra la vittoria del santo contro il drago, simbolo delle forze del male. Fra tutti gli edifici sacri della Costiera dei Cech, questa chiesa spicca per bellezza e visibilità dal fondovalle. La sua origine è almeno quattrocentesca, ma venne poi radicalmente rifatta nei successivi secoli XVII e XVIII, per essere consacrata, infine, nel 1780. Bellissimo, poi, il panorama che si apre dal suo sagrato, sulla bassa Valtellina e sul versante orobico, quello dei Maròch, da sempre divisi, per fiera rivalità, dai Cech. Indugiando sul sagrato, ci capiterà, forse, in una giornata festiva, di sentire il suono delle campane, fra le più belle dei Cech. Passaggiando, poi, fra le vie del paese vedremo ancora molte testimonianze della tipica architettura contadina, con i ballatoi in legno sospesi fra ombre e squarci di luce.

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